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Sveliamo il trucco

Prima parte - Il make-up è probabilmente la perla più sfavillante e bella nel complesso universo della cosmetologia

di Diana Malcangi - Ricerche e Tecnologie


Se volessimo dividere la cosmetologia in tre grandi famiglie, potremmo dire che una è la cosmetica per la cura personale (lozioni, creme, oli, detergenti, deodoranti, dentifrici, ecc); la seconda è il meraviglioso mondo delle fragranze e dei profumi; la terza, non in ordine d’importanza, è rappresentata dall’universo del make-up.

Lo sviluppo di un cosmetico da trucco, infatti, non solo si basa su particolari tecnologie di formulazione, che spesso richiedono macchinari specifici per la produzione e il confezionamento (ad esempio, quelli per il trattamento delle polveri) ma è trainato, in maniera molto più spinta di altri settori, sia dalle necessità del grande pubblico, sia dalla volontà di realizzare un prodotto bello artisticamente, vicino alla moda e alle creazioni degli stilisti. Non è un caso, infatti, che da tempo sul mercato siano presenti linee di make-up proposte da famose case di moda, e che persino le offerte di produttori per conto terzi siano spesso denominate “collezioni”, proprio come si intitolano le proposte sartoriali.

Il make-up
Il make-up, più di ogni altro settore cosmetico, è intimamente legato al colore: la percentuale di pigmento in un ombretto di qualità è infatti abbastanza alta, dunque i pigmenti e le polveri perlescenti non possono essere considerate semplici “additivi”. Essi sono componenti determinanti in una formulazione, materie prime da trattare con molta più attenzione rispetto, ad esempio, ai coloranti in un bagnoschiuma, presenti in percentuale più bassa. Spesso coloranti e pigmenti realizzati da produttori specializzati per il settore cosmetico sono gli stessi proposti alle case di moda per tingere o decorare i tessuti, e persino i colori possono essere gli stessi. Durante le attesissime sfilate di moda ciò che viene fotografato o ripreso, e poi divulgato in tutto il mondo, non è solo l’abito indossato dalle modelle o la pettinatura, ma anche il loro volto, e il trucco proposto detta legge per i “fashion addicted”. Una donna naturale, una donna  forte, una donna tecnologica, una donna artificiale, o androgina… ogni aggettivo corrisponde a un trucco diverso, non solo a un abbigliamento particolare. Se guardiamo all’evoluzione del make-up negli ultimi cinquant’anni, rivediamo i brillanti rossi sulle labbra negli anni ’50, i colori naturali per i figli dei fiori degli anni ’70, il nero e il viola a ingigantire e dare profondità agli sguardi delle donne in carriera degli anni ’80. L’idea di bellezza cambia nel tempo, e il settore del makeup più di altri segue l’evoluzione del concetto di bellezza del volto, adattandosi e mescolandosi necessariamente con la moda del momento e lo stile personale di ogni donna. Il volto, inoltre, si sa, è lo specchio dell’anima, ed è comunicazione: sorridendo, sollevando un sopracciglio, sbattendo le palpebre comunichiamo molto di noi a seconda del modo in cui lo facciamo, fa parte della cosiddetta “comunicazione non verbale”: è ovvio che il trucco, che enfatizza a nostro piacimento questa o quella parte del volto, diventa un elemento di questa comunicazione. Attraverso il trucco oltre a sottolineare possiamo nascondere: in un mondo in cui la perfezione estetica ci aiuta persino a ottenere più facilmente un posto di lavoro, correggere i difetti diventa importantissimo. Il trucco entra a far parte, a livello psicologico, del rapporto con noi stessi, dell’immagine che abbiamo di noi e di quella che vorremmo avere, corrispondente a un ideale di bellezza legato a fattori storici, antropologici, personali oppure alle mode e alle tendenze sociali del momento. A una conferenza a cui ho assistito personalmente, una famosa psicologa ha parlato dei cosmetici come modo per avvicinare il nostro “io reale” al nostro “io ideale”: quando ci trucchiamo siamo davanti allo specchio, soli nella nostra intimità e il nostro volto riflesso ci comunica la nostra età, il nostro stato di salute, la nostra condizione fisica e psicologica, se siamo stanchi oppure riposati, se abbiamo pianto, se siamo felici.
A volte vorremmo cambiare il nostro stato, sembrare più allegri o riposati, offrire il nostro lato migliore agli altri ma anche a noi stessi, ed ecco che il trucco ci aiuta: ad avere una pelle più luminosa e uniforme, gli occhi più intensi, le rughe visivamente attenuate, le labbra in apparenza più carnose. Il trucco dunque quale strumento per colmare quel divario tra come siamo e come vorremmo essere, realizzando un’idea che abbiamo o che vogliamo per noi stessi.
In molte culture del passato ci si dipingeva il volto per cacciare, con decorazioni di tipo mimetico o terrifico nei confronti del nemico, oppure per esigenze religiose, ad esempio nella celebrazione dei matrimoni o semplicemente per sentirsi più vicino alla divinità. Certi gruppi etnici ancora oggi mantengono tali usanze, e ad esempio i decori con l’hennè restano molto utilizzati in varie zone del mondo.
Negli anni ’70 esplose la body art, e durante concerti e raduni l’esibizione dei corpi nudi e allegramente colorati era uno dei baluardi del “pensiero libero”. Nella società occidentale di oggi ci si può dipingere il volto anche per protesta, o per spirito patriottico, o per dichiarare la propria fede calcistica, o per celebrare antiche tradizioni come il carnevale, oppure per scelte di trasformazione legate al rapporto con la propria identità sessuale.
Non dimentichiamo poi l’aiuto che dà il trucco, e i cosmetici in generale, alle persone che lottano contro un tumore o altre terribili malattie: prendersi cura di sé, dunque anche truccarsi, diviene elemento della terapia psicologica, consentendo a chi soffre di affrontare i momenti difficili con uno spirito più ottimista, che certo è di grande sostegno per il paziente. Diverse organizzazioni che supportano le donne ammalate propongono corsi gratuiti di make-up e camouflage nei reparti oncologici degli ospedali.

Fine prima parte.

6 agosto 2010