Francesca Gasparotti e Luca Ferreccio, coppia nella vita e nel lavoro avendo fondato insieme SoFar/SoNear nel 2006, impresa di edizione e creazione tessile che si muove sugli assi dello sviluppo sostenibile e della ricerca e innovazione più estreme
di Sergio Coccia
Sostenibile ed etico ma non necessariamente etnico. Il progetto di realizzare un’azienda che operi nel rispetto dello sviluppo sostenibile, che sia capace di fondere il gusto e la sensibilità italiana con le tradizioni e le capacità dei Paesi del mondo allo scopo di creare “il bello”, sembra più un elenco di buone intenzioni piuttosto che un’idea possibile. Eppure Francesca Gasparotti e Luca Ferreccio ci sono riusciti creando SoFar/SoNear, la loro impresa di edizione e creazione tessile.
I nostri protagonisti non sono “figli di telaio”, non erano imprenditori del comparto, non sapevano nulla del tessile a livello tecnico. Però hanno dato corpo a un sogno seguendo la comune passione per l’arredamento. Li abbiamo incontrati per conoscere le loro idee, la loro esperienza e l’opinione che hanno sul presente e sul futuro del tessuto d’arredamento. Certo che ci vuole passione e coraggio per lasciare carriere di successo in ambiti di grande visibilità e affrontare il mondo del tessile d’arredamento, soprattutto quando lo si fa con un’idea molto ben definita sui caratteri non usuali che dovrà avere la “mission” dell’azienda che si va a creare. Passione e coraggio, uniti a una delicata gentilezza che però non scalfisce minimamente la loro ferrea determinazione, sono proprio le qualità che emergono con maggiore chiarezza nell’incontro con Francesca Gasparotti e Luca Ferreccio, insieme nella vita e sul lavoro, nel loro showroom di Milano, in via Solferino. “SoFar/SoNear” si chiama la loro impresa, ma oltre a essere una società di creazione ed edizione tessile di successo, è una sorta di manifesto di idee che lancia una sfida piuttosto difficile da vincere: operare nel campo dell’etica creando collezioni di tessile d’arredamento che siano al contempo prodotte seguendo le norme del “fair trade” ma espressione di un gusto e di una qualità coerenti con la creatività italiana. Già queste premesse rendono l’operazione quantomeno non facile, ma se aggiungiamo che i nostri due designer – non usiamo la definizione a sproposito – non hanno nessuna intenzione d’imporre un semplice rapporto creatori/realizzatori tra loro e i fornitori sparsi per il mondo, basandosi sul classico canone “io creo il progetto, tu lo fai e basta”, allora si capisce che la sfida non solo è difficile, ma soprattutto è ideale. Però attenzione, c’è ben poco di utopico nel modello di pensiero che caratterizza questi quarantenni molto giovanili. Nella loro estrazione professionale c’è una forte componente di managing, quindi hanno ben chiaro che per affermare un’idea ci vogliono anche i fatturati, altrimenti si rimane nel puro esercizio intellettuale, magari encomiabile, ma poco efficace.
Nel 2006 avete lanciato il progetto “SoFar/SoNear”. Cominciamo a spiegare l’idea che ne sta alla base. Come avete maturato questa decisione, avendo alle spalle storie personali per nulla legate al tessile fino a quel punto?
Non è stata “un’idea” che ci ha spinto a creare questo progetto – inizia Francesca Gasparotti – ma un insieme di considerazioni. Io venivo da un’esperienza manageriale nel mondo dei beni di largo consumo mentre Luca ha lavorato per molto tempo negli studi di progettazione, dedicandosi a progetti grafici e di packaging. Mondi lontani fra loro, ma ci univa la volontà di fare qualcosa insieme, di una particolare attenzione alla sfera del “fair trade” cioè del lavoro solidale e, certo non ultima, la passione per l’arredamento e la decorazione. La scintilla, almeno per quello che mi riguarda, è scattata leggendo un libro su Muhammad Yunus e la sua Grameen Bank: il premio Nobel per la pace ha creato un sistema di accesso al microcredito che viene schematicamente definito come “la banca dei poveri” ma che in realtà ha avuto un successo immenso dimostrando le incredibili potenzialità che possono nascere dal basso e nei paesi considerati “poveri”. Sulla base di queste idee abbiamo cercato di sviluppare un progetto che facesse un passo in avanti rispetto all’esistente. Il panorama generale dell’arredamento, tessile e non, di provenienza “etica” si confonde per la quasi totalità con un’ispirazione “etnica”, cioè si concepisce il prodotto realizzato nel Terzo Mondo come un frutto di un artigianato semplice, oltretutto ormai realizzato per larga parte in serie e con un basso indice qualitativo, di gusto ed estetica. Se invece si va a produrre in quei luoghi, anche per chi segue comportamenti industriali adeguati ai concetti di responsabilità sociale, normalmente si cerca solo la convenienza, imponendo produzioni di merci mass-market senza nessuna spirazione agli stili, alle tradizioni di quei mondi. Questo vale in tutti i campi e in un certo qual modo soprattutto per il tessile. Insomma si accettano paradigmi o stanchi e ripetitivi oppure totalmente slegati dalle realtà dei luoghi.
Vediamo se ho capito: voi volete produrre nel “giusto” ma anche nel “bello” ispirandovi alle tradizioni estetiche dei luoghi di produzione ma arricchendole di quello che si potrebbe definire il “genius loci” di casa nostra. Un equilibrio complesso da raggiungere, oltretutto in un campo, quello del tessuto d’arredamento, con una visibilità relativa nell’economia stilistica dell’abitare…
Cominciamo col dire che il nostro progetto e il nostro modo di pensare assegnano al tessuto o all’elemento tessile più in generale una presenza più forte e determinante negli spazi privati e collettivi – spiega Luca Ferreccio. – Sottolineo sia gli spazi pubblici sia quelli privati perché noi li consideriamo egualmente importanti. Anzi, l’alberghiero e il contract, per come si sta sviluppando il nostro progetto, assumono sempre maggiore importanza. E comunque l’equilibrio di cui lei parla può essere difficile ma certo non è irraggiungibile, si tratta d’impostare i rapporti nel modo corretto fin dall’inizio. Siamo assolutamente coscienti che la nostra idea è lontana dalla dimensione industriale normalmente accettata ed proprio per questo che affidiamo grande importanza a una rete di rapporti intensi, costruiti nel tempo sia con i fornitori, sia con i clienti. Facciamo un passo indietro e torniamo al “concept”: il tessuto è fondamentale nell’arredamento a patto che si sappia innovare. Tale considerazione ci guida in ognuna delle nostre attività. Sul fronte del “fair trade” si tratta di contribuire a una fusione efficace tra mondi diversi al fine di costruire qualcosa di unico e originale, ma a fianco di ciò c’è l’attività di ricerca e sviluppo che, nei nostri intenti, mira a spostare il tessuto dall’ambito della decorazione – che rimane un compito costante e ovvio – a quello dello sviluppo progettuale. Insomma da un lato c’è il lavoro realizzato in Nepal, in Thailandia e in Perù, dall’altro ci sono le collezioni di ricerca e d’avanguardia che sono realizzate completamente in Italia perché sono il frutto dello sviluppo quotidiano d’idee. Perciò abbiamo delineato due brand distinti: 100% Human Design da un lato, SoFar/SoNear Studio dall’altro. Il primo racchiude tutto ciò che va identificato con l’attività realizzata seguendo i dettati della responsabilità sociale; il secondo si rivolge ai professionisti dell’interior e parla i linguaggi dell’innovazione, dell’high tech e dello sperimentare.
Però non ho ancora capito se siete degli utopici mecenati o degli assoluti avanguardisti, un po’ visionari e un po’ precursori del domani
Diciamo nessuno dei due – sorride e risponde Francesca Gasparotti – almeno lo spero. Le dinamiche chi ci hanno guidato nel creare questo progetto, lo ripeto, non sono quelle classiche del manager che diventa imprenditore. L’azienda è partita ufficialmente nel 2006 ma noi abbiamo cominciato a tessere – mai termine è stato più adeguato – la nostra rete di conoscenze e rapporti già due anni prima. Quindi lo sviluppo è stato lento e continua a non avere i ritmi della grande industria. Intendiamoci, non siamo qui a fare beneficenza, l’azienda si sviluppa e deve crescere, solo cerchiamo di farlo senza perdere di vista l’obiettivo primario. Certamente noi potremmo, per esempio, avere una marginalità migliore, però vogliamo mantenere una tabella di prezzi accessibili nel territorio delle collezione di fascia medio-alta, se ciò significa guadagnare un po’ più lentamente ben venga, ma ciò non significa che siamo dei filantropi che elargiscono a fondo perduto. L’impresa deve progredire e guadagnare prima di tutto, solo cerchiamo di farlo senza deragliare dai nostri intenti ideali. Tutto qui.
Tessuto, tendaggio, tappeto, carta da parati. Sono tutti elementi presenti nelle vostre collezioni, segni di una casa ricca di particolari e dettagli. Ma come la mettiamo col fatto che voi operate a Milano, patria del design rarefatto e d’intere generazioni di architetti poco teneri col tema tessile?
L’argomento è delicato e in effetti apparentemente contraddittorio – risponde Luca Ferreccio. – Ma una lettura più attenta e particolare rende tutto meno impossibile. Partiamo dal presupposto che gli elementi che ha citato fanno parte secondo noi di un territorio da vestire con accenti diversi, ma all’interno del quale devono trovare un minimo comune denominatore. Quest’ultimo che sia di carattere cromatico oppure grafico poco importa. Partendo da questa filosofia di composizione arredativa si tratta di attivare con l’architetto un dialogo stringente e intenso, mettendo a sua disposizione tutta la volontà di creare e adattare profondamente il progetto alle sue esigenze. In altre parole se gli architetti non usano il tessuto non è perché lo odiano, ma semplicemente perché quest’ultimo non propone soluzioni adeguate alle loro necessità del momento. Si tratta di essere presenti e attivi per spiegare come la componente tessile può rispondere efficacemente alle loro aspettative. Spesso e volentieri il problema non è che il tessuto viene scartato a priori, ma semplicemente non se ne conoscono a fondo caratteristiche e possibilità. Noi ci proponiamo di essere presenti in quel momento per trovare e proporre la giusta soluzione.
Tra le vostre collezioni ce ne sono alcune progettate proprio da architetti illustri. Cosa ha significato per voi lavorare con personalità così forti? E poi si tratta di un fatto casuale oppure ritenete strategica la collaborazione con l’architetto nella costruzione di una collezione tessile?
Lavorare a un progetto rilevante come abbiamo fatto con Marco Piva o Luca Dini è stata un’esperienza davvero importante – è ancora Ferreccio che risponde – l’architetto non è un tecnico specialista tessile, quindi esprime un punto di vista puro, non delimitato istintivamente dalle possibilità del tessuto. Tale atteggiamento creativo impone uno stretto dialogo, ma è anche la condizione migliore per la crescita di un progetto autenticamente originale. Non è un caso che i due creativi hanno lavorato sulle stesse materie – i tessuti con filato di rame – esprimendo collezioni totalmente diverse. È quindi un’esperienza che vorremmo ripetere, senza alcun dubbio: la miglior prova che le nostre teorie sono corrette cioè che il tessuto ha un futuro tutto da scrivere a patto che si metta davvero in gioco. Detto questo l’apporto creativo di un architetto o di un designer è molto importante, ma non fondamentale, perché il tessuto è una materia difficile da comporre e alla base ci deve essere un bagaglio di cultura specifica davvero grande. Solo ci deve essere disponibilità a innovare tale monte di competenze in continuazione. E poi ci vuole un’apertura mentale effettiva, la capacità di non guardare all’ambito stretto di competenza perdendo occasioni su occasioni.Certo – interviene Francesca – altrimenti non si spiegherebbe neanche la nostra storia. Il nostro primo cliente non era italiano e non lavorava nel campo dell’arredamento. È una stilista di moda e per lei abbiamo disegnato – e continuiamo a farlo – una collezione d’abbigliamento. Si chiama Soledad Twombly. Eppure noi respiriamo l’aria dell’arredamento, della casa, dell’hospitality, ma in quel caso abbiamo trovato un linguaggio comune, quello del fare tessile guardando alle esperienze del mondo e non abbiamo voluto perdere l’occasione per misurarci su un terreno comune così stimolante.
31 gennaio 2012